Scrivono di lui

 

Il pittore è in possesso di una pittura sincera senza intelettualismi ,senza eccessi

da prova di un carattere umile quale è la sua pittura, vale a dire senza pretese di arrivismo.

Ho visto i suoi lavori, li vediamo ora: sono impressioni ,a volte racconti velati di una lieve malinconia

Quello che mi fa piacere è che il pittore nega l'effetto fotografico del soggetto e lo concepisce come

trasfigurazione visiva che lo porta quindi a sognare un mondo fantasioso

leggero come ho visto in alcuni suoi paesaggi o volti femminili

Auguro a questo pittore non futili lusinghe, ma un prospero e continuo lavoro nelle sua arte sincera

Girolamo Dalla Guarda ...Isola Vicentina Aprile 1974

 

Un Articolo Per Immagini

L’autore di questo “reportage” è un pittore, Lino Lanaro, abitante a Zanè.Lino Lanaro è sempre stato un attento raccoglitore di vecchie cartoline del nostro paese: sono state esse a fornirgli l’ispirazione per questa serie di dipinti ad olio.

Eseguiti nel 1983 rappresentano la Zanè degli anni ’50 e precisamente:

Via Ferrarin, con a sinistra le Fance.

 

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Asilo, canonica e teatro Parrocchiale visti dal sagrato; a parte il muro che li separava dalla strada, gli edifici sono conservati e sono state in parte restaurati.

 

Via Roma con Piazzale Roma

 

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La chiesa dal brolo chiestoti.Cuore verde del paese, questo si estendeva dal bar Fance fino all’attuale villa di Palezza. Coltivato ad alberi da frutto, aveva al centro una collinetta ed era recintato da un muro (visibile a destra nel dipinto N5 Questa zona verde è scomparsa in una delle prime, caotiche lottizzazioni seguite al boom economico.

 

Via s.PioX; al posto del muro di sinistra, c’è oggi il mobilificio F.P.L

 

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Come ogni artista, Lino L. ha un suo personalissimo “modo” di dire, in pratica un suo stile. I nostri occhi percepiscono le cose come macchie che possiedono una certa forma e un certo colore: così dipinge Lino Lanaro, Non disegna contorni o particolari perché saranno i nostri occhi, abituati appunto ad interpretare macchie colorate, a dirci a quali oggetti corrispondono le pennellate, i colpi di spatola, le sfumature.

Simile fu il modo di dipingere degli impressionisti francesi, quindi Lanaro può essere considerato, in queste opere, neo-impressionista.

Le sue pennellate sono larghe e rapide, ma depongono sulla tela un colore che denso che dà a queste immagini una saldezza, una capacità di durare nel nostro occhio e di colpire il nostro sentimento che nessuna foto potrebbe dare.

Osserviamo ad esempio il cielo: esso non comunica senso di profondità, avvicina i soggetti, li spinge verso di noi.E’ fatto non d’aria, ma di materia tesa e calda, quasi fosse visto attraverso il tessuto di una grossa tenda.

Quadri e cartoline rappresentano la stessa cosa, eppure la cartolina al massimo interessa, il quadro possiede un’anima e ci fa sentire partecipi di un’atmosfera. L’anima del quadro è quella del pittore, nel momento in cui dipinge, e ogni colpo di pennello ce la comunica, come la scrittura rivela il carattere delle persone.

La pennellata di Lino Lanaro è lirica, tende cioè a darci la poesia di quel tempo passato; l’anima del pittore è distaccata o realistica, ma permeata dall’ammirazione e dalla nostalgia.

Ogni quadro è intonato su un colore, e i particolari rispettano l’armonia dell’insieme.Due dipinti sono estivi, uno è autunnale, due sono invernali e attraverso le ombre e le luci si distinguono mattino e sera, ma case e muri mantengono, nella vicenda delle stagioni, calore di tinte e dolcezza di forme.

Alberi ed erbe, dove appaiono, sono le uniche forme viventi che sappiamo accordarsi a questo senso d’unità e sereno riposo. Il paese, ancora contadino, tanto che persino le strade ritrovano il loro originario color terra, sembra temere la presenza degli uomini.

Eppure, a parte alcuni particolari naturali già ricordati, e un accenno di monte, tutto ciò che questi quadri rappresentano è stato costruito dall’uomo.

Ebbene, sembra dire Lanaro, purtroppo sono proprio gli uomini, con la loro frenetica attività, a sciupare la bellezza di ciò che essi stessi hanno costruito.

Tratto Da N°Unico Zanè 1984    Lucilla Calgaro Zanè1984

Lino Lanaro usa il corpo per continue ricerche sulla figura femminile, interpretata attraverso la solitudine e l’enigma. L’Artista ama indagarne le pose, ne rivela il volto nello specchio, le rende vere, consistenti ed in rapporto alla realtà visiva.Queste ultime sono arricchite di segni armonici di ricordo orientale. Tette le opere esprimono nei colori caldi il fare creativo dell’Artista.

  Maria Lucia Ferraguti  tratto da la Domenica di Vicenza  1997

Nelle opere di Lino Lanaro c’è indubbiamente ricerca  è perfezionismo tecnico, ma tale  pur intensa  preoccupazione sfugge,per così dire,di mano o meglio dal pennello dell’Autore per lasciare ,sommessamente ma intensamente,l’animo dell’Artista, che dipinto dopo dipinto si fa idea e filosofia di vita: si fa pensiero. Ecco allora che traspare la bellezza, nelle forme del corpo e nelle linee del volto di una donna, una bellezza che non si raggiunge mai appieno nell'intensità conclamata della luce, ma che appare quasi sempre abbozzata e sfumata in un contesto irreale, stimolante, fantasioso e fantastico, insomma in un sogno, dove solo la vera bellezza, dolcezza, soavità di vita avere accesso. Ma il pregio dell’Opera è nella capacità di intravedere e di farci apprezzare quella  “Tensione continua” fra l’essere ed il voler essere, fra la materia e lo spirito, fra il semplice vivere ed il sentimento profondo della vita, sulla quale si gioca in definitiva il senso  della vita e il nostro umano destino. 

 Franco Guidoni 1996 

   Suo discorso limpido sul suo fare pittura completa. In questa sua mostra che potremo intitolare “Ritratto d’Autore “, riempie, affolla il fuori  di noi, che ci costa voler  ignorare  il fatto che siamo osservati, giudicati e condannati. Lino l. usa la sua pittura per farci prendere le distanze dal nostro voler essere soli ad ogni costo. Splendide le stesure  conchiuse in perimetri da lui stesso creati  (cornici).Il grezzo della natura ci spara addosso al senso della  vera pittura e da  amatori amanti  di scegliere il nostro personale “bello”.

  A. Persano  1999

Le uniche persone per me sono i matti ....Quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai un luogo comune, ma bruciano, bruciano, come candele romane.Gialle e favolose, che esplodono come ragni tra le stelle. (Jack Kerouac  - sulla strada) Quello che scrive Kerouac credo  descriva  in  maniera  soddisfacente  la personalità di Lino L. , la quale ovviamente si riflette  interamente  nelle opere  da lui  create.  L’utilizzo dei materiali più disparati ben accostati con effetto  scenografico, la concretezza del colore, la fantasia con cui riesce ad interpretare i soggetti stupisce e affascina  come  appunto il fuoco d’artificio.  E sopratutto colpisce, a volte, con una  sensazione  velata di pace. Nonostante  tutto,  guardando le sue opere, lo stupore  che il colpo d’occhio fa nascere non impedisce di sentire anche  emozioni che prescindono dall’impatto puramente visivo . Il colore non copre le sensazioni,ma anzi le esalta, contribuendo a definire la personalità dei soggetti. La forza di Lino L. sta nel riuscire  a trasmettere  l’usuale all’ordinario. Riesce a connettere l’appagamento della vista con una sensazione di calore misto a consapevolezza e malinconia .Riesce  ad uscire dal manierismo e dagli stereotipi  mantenendo una coerenza propria ,dimostrando di riuscire ad inserire nell’opera  qualcosa che non è solo colore e luce , ma anche parte del suo essere .

 Tratto dalla rivista Pubblico  -Maggio 2001-        Roberto  Saccardo  

 

La produzione di Lino Lanaro pone l’amletico dubbio se si possa o meno essere ancora  pittori   figurativi  dopo i sismi provocati dalle avanguardie  e dall’arte informale a partire dagli anni cinquanta.  Ebbene , una prima risposta la diede il grande Balthus nella mitica mostra alla Biennale di Venezia del 1980 (voluta da Luigi Carluccio) in cui propose un recupero della tradizione classica , legata al quattrocento. In tempi più recenti, le preoccupanti dilatazioni di Botero e il realismo ostinato di Michele Cascella o Antonio Lopez Garcìa - che hanno invaso il mercato e condizionato il gusto - hanno fornito un’ulteriore conferma . Sì, è ancora possibile riprodurre forme riconoscibili, c’è ancora spazio per la figura umana .In questo contesto s'inserisce la serie di opere di L. Lanaro, esponente di quel mondo veneto di cui conosciamo glorie e tradizioni. Egli - nono senza audacia - traendo ispirazione  dall’eterno femminino , ricrea situazioni d’ambiente , autentici atti teatrali d'intensa  “ vis “ emotiva. Le donne rappresentate  nella pienezza delle passioni (sintomatica è la dominante scarlatta) , indossano un abito forse più mentale che reale,  con la funzione di contenere l’esuberanza erotica nei limiti della pudicizia . E tutte le scene (di gusto vagamente Pop) sono una sequenza di travagli interiori e contraddizioni, dall’inganno all’accidia, dal rimorso alla vanitas, dalla voglia di purezza al compiacimento effimero conseguente ad una prepotente immagine fisica.I tutte le stanze compare una figura simbolica. E’ un volto umano stilizzato , autentico  “  ubi consistam ”  della serie di opere, probabile testimonianza di una dimensione ideale  da raggiungere nel superamento della materia .E questa potente icona astratta  (ma concreta nella sostanza) è anche riferimento di stile , un idolo atto ad evidenziare la differenza tra scuola classica e concezione estetica moderna  . Le muliebri presenze sfilano , si mostrano , “ recitano “ a soggetto .L. Lanaro , ben lungi da un gratuito voyerismo o da un complesso di emulazione realistica , è il regista inatteso,  inquietante . Mentre il teatro continua...

Giancarlo Bonomo   (Trieste 22 - Sett. 2001

 

La pittura nasce come linguaggio che utilizza i simboli della realtà per descrivere la realtà stessa,comeil cinema o il teatro. In questo senso, essendo nata prima della fotografia e della carta stampata, assumeva,  un tempo, un profondo significato didattico e pedagogico per il popolo analfabeta e  superstizioso.La pittura rivestiva anche la funzione informativa. Attraverso le immagini dipinte veniva rivelata una vicenda storica, mitica, epica fino a divenire autentico specchio del potere.Eppoi, tutte le infinite ragioni nascoste su ciò  che la pittura rappresentava  e rappresenta, nel suo tentativo di svelare l’essenza divina, metafisica dell’atista (e degli uomini), il cosidetto “Quid “ imponderabile dell’uomo pensiero e del confronto con la coscienza individuale e collettiva.Ad un certo punto il linguaggio cambia. Nell’arte si fa strada una dimensione intima, direi sottile e di conseguenza, sofferta.Il simbolismo europeo preannuncia una stagione nuova, unitamente alle nuove frontiere dell’irazionale e della ricerca mistica (poi psicanalitica), che avrebbe determinato il ventesimo secolo.Il dato reale viene scomposto. La figura umana smontata. La natura assume colorazioni improbabili, le forme non sono più riconoscibili ,astratte. Il mondo sta cambiando direzione .E’ la nuova concezione laica e profana dell’esistenza. Inizia una rivoluzione epocale del gusto , un’autentica seconda che disorienta i benpensanti, fa gridare allo scandalo ma che, in virtù di una forza inarrestabile , comincia a dettare le condizioni. Eppoi i giochi, le provocazioni della rotta (leggi Dadaismo). Ma l’inversione totale delle mode fa il suo corso.Dal dopoguerra in poi, un pittore che si definiva moderno deve per forza essere astratto. Molti rinunciano .Altri (i più) si adeguano e vengono giudicati anticuati, fuori dalla storia.Essere figurativo significa doversi vergognare di tale condizione. E così fu per gli anni a venire, specialmente nel ventennio 1960-1980. In questa risi della maniera  tradizionale, un pittore francese d’origine polacca (da poco scomparso), Balths, prosegue con ostinazione per il suo cammino: gatti e bambine, i suoi temi prediletti. Lo studio della luce richiama il quattrocento, toscano, da Masolino da Panicale a Piero della Francesca. Grottesco, anacronistico. Fino al 1980, quando Balths espone a Venezia, nell’ambito della Biennale, in una mostra voluta da Luigi Carluccio. E’ un segnale. Egli diviene il portabandiera della maniera ritrovata, della “Pittura Dipinta”.Rifioriscono i figurativi. C’è ancora spazio e non tutto è perduto. Forse i due linguaggi (figurativo e astratto) possono conviveree comunicare fra loro, fino a diventare complementari grazie al patrono -Baltus. In questo contesto di avvenuta riappacificazione e grazie alla perseveranza di altri realisti quali Cascella, Donizetti, Antonio Sciacca , Lino Lanaro crea un suo spazio, una sua identità. Lanaroè il pittore che non rinuncia alla sua inclinazione legata alla tradizione pur concedendo spazi al linguaggio astratto. In questa mostra è protagonista la donna in abito rosso, abito che pare più mentale che reale.La dominante scarlatta è metafora di accese passioni, violente contraddizioni . La donna attraversa le stanze della vita sfogliando (a volte strappando) tutti i quaderni interiori, che sono sentimenti, rimorsi, inganni pentimenti e quant’altro, fino al limite di una crisi profonda.Ma si intravede nelle opere anche la donna che osserva dentro i propri specchi alla ricerca di spiragli di luce, di pace interiore.Donna fra demonio e santità. Donna sconfitta , umigliata per troppo amare che l’ha resa fragile come un biscotto. L’amore che è cieco e sordo ai lamenti muliebri. Amiamo chi non ci ama e siamo amati da chi non amiamo, pare essere l’amara e assimetrica legge..E la donna lo sa bene.Le immagini sono incalzanti, simili a sequenze teatrali con tanto di quinte e calde luci.Nella stanza compare sempre un’icona raffigurante un volto stilizzato, alla maniera moderna. Duplice il significato. Da una parte è il simbolo di una elevazione spirituale da raggiungere nel superamento della materia, dall’altra rappresenta la mediazione la  conciliazione fra due modi espressivi diversi ma non divergenti, di cui abbiamo scritto in precedenza.Le scene sono altamente suggestive, d’atmosfera, di gusto vagamente “pop” con spunti di iperrealismo vicini alla sensibilità di Hopper e le sue solitudini americane. Lanaro prende le distanza da un facile e gratuito voyeurismo o da un complesso di emulazione realistica. Egli si spinge oltre. Non sono scene rubate dal buco della serratura.  Lino Lanaro è regista inquietante di questo teatro della vita e in una certa misura ne è protagonista.Con queste opere egli ha dimostrato e rivelato a sè e agli altri una  spiccata polarità femminile che l’ha condotto a parlare della donna da uomo, ma con sguardo accutamente femminile; Ne ha carpito i segreti, i risvolti psicologici, le virtù, i peccati. Ha dimostrato altresì che nulla è lontanissimo dalla nostra comprensione, anche ciò che pare diametralmente opposto.Questo è Lino Lanaro , pittore dell’anima. Questo è L. Lanaro pittore veneto, regista di questo spettacolo di donne, che si permette - a testa alta - di essere figurativo, senza ritegno.

Giancarlo Bonomo     Tratto da “ il mercatino “ settimanale di Trieste e del Friuli -Venezia giulia 21-27 Settembre 2001-

Omaggio Al pittore  Lino Lanaro

Donna

Ancora tu….

Soggetto

Ferma immagine

Di una pittura forte dai tagli essenziali,reali.

Cosi ci appari :

Donna indifferente al gioco,

Quasi da voler uscire dall’astratta cornice

Mostri te stessa;

Scorsi di umane fattezze,svogliatamente in posa,

Di bellezza pensosa,evidenzi  forme provocanti.

Si sofferma lo sguardo sul tuo corpo seminudo,

Segue la linea decisa, il colorito chiaro,il contrasto scarlatto,

Il ricciolo scuro disegnato sapientemente ad incorniciare il volto.

Antico rituale:

Emozione, pianto, Alterigia….Pudore,

Sfacciatamente liberi, sentimenti e passione;

Tutto al contrario di tutto!

Eterna contraddizione.

Ma è dal nudo

Attratto l’uomo

Che non scorge l’inganno,

Che l’uomo, una volta entrato

Cosi come lo spettatore ne rimane estasiato.

 Trieste 22 Settembre 1 Novembre ( Giurissevich Tiziana )

Profilo Dell’Artista  Lino Lanaro  –Amirbar Cafè-   Trieste   Sabato 22.9.2001

A cura di Gabriella Machne

Lino Lanaro vive e lavora a Zanè in provincia di Vicenza. A Nove di Bassano frequenta la scuola  di ceramica.Successivamente per quattro anni la scuola di “Arte e Mestieri” di Vicenza dove ha conseguito il diploma di -orafo incisore- frequentando anche corsi di disegno dal vero, dedicandosi alla scultura  alle incisioni e alle stampe antiche.Le sue sculture non sono di grandi dimensioni, ma di variegati materiali, tipo la pietra morta di Vicenza, il legno e la terracotta.Ma il suo sogno è di riuscire a portare avanti la pittura in una continua evoluzione.Al suo attivo vanta numerose mostre personali e alcuni prestigiosi riconoscimenti. Le sue opere,inoltre sono presenti in collezioni private Italiane e Internazionali.Figlio D’Arte, nel 1975 a 15 anni, espone  per la prima volta le sue opere, in una mostra assieme al padre.Il suo stile pittorico ha spaziato dai bianchi paesaggi con la neve alle tinte di infuocati tramonti e tenui albe. Dall’assemblaggio vario di materiali poveri (di recupero) ,all’astratto vero e proprio.Anche se per lui l’astratto è pur sempre un qualcosa ricavato dall’esistente reale, che può essere anche il particolare di una qualsiasi cosa .Passa poi al figurativo, come con le opere esposte allo –Starhotel Savoia Excelsior di Trieste-.Opere Che vanno dal 1997 al 2000. I suoi quadri piu recenti, anche se simili a quelli esposti alla rassegna triestina, partono da una base diversa. Non più dalla tela bianca, ma da un fondo a collages, che gli permette poi di dipingere piu di getto. La donna e il rosso, della  mostra intitolata “Le donne : stanze e quaderni “ rappresentano l’Amore nel senso più completo della parola. Dalla donna, simbolo perfetto della vita, parte l’Amore per le altre cose. “Se tu sai vivere,sai Amare. Se sai Amare, sai vicere. Ecco il suo pensiero. Quelle maschere o icone che si vedono nei quadri, sono la parte più istintiva, che può essere la sua immagine che guarda la persona che ammira il suo quadro. Forse perché a lui più che parlare piace ascoltare e vivere   

Gabriella Machne  21 Settembre 2001

Tratto dalla rivista mensile  giorno&notte  ( Febbraio 2005 )

LANARO, Artista Antipatico. Lavora dal 1975: disegni, incisioni, pittura, piccoli scritti. Tanti lavori, tanti ritratti, tanti corpi femminili abbandonati quasi in estasi. Tanti volti e autoritratti irriverenti volutamente antipatici e provocatori. Oppure icone sintetiche, ripetute all’infinito, in ogni lavoro, ostinatamente silenziose, chiuse in un rifiuto antico. Quadri che senza paura mettono insieme diversi linguaggi espressivi: Bagliori surreali, grafismi metropolitani, una calda pittura mediterranea, effetti di Dècollage, sovrapposizioni grafiche, ricordi catodici….Opere che divertono ognuna una raccolta, un piccolo museo d’Arte, un racconto su più piani di un artista e della sua sensibilità. Lino Lanaro, pittore silenziosamente ostinato offre il suo lavoro, la sua sensibilità, la sua tavolozza di ossessioni, a chi sa varcare la soglia di una prima differenza, a chi ama l’Arte e la Pittura senza riserva alcuna.                                                                                            

      Antonio Facci 2005

Lino Lanaro allo Studio “Arte Mosè”

Della incommensurabile e poliedrica produzione dell’artista vicentino la personale presso lo “Studio Arte Mosè”, inaugurata sabato scorso, è stato presentato un filone omogeneo per tematica ed evoluzione temporale-tecnica: la donna. Lino Lanaro, che attualmente vive e lavora a Zanè in provincia di Vicenza, ha frequentato la scuola d’arte diplomandosi incisore orafo. A Nove ha partecipato a corsi di ceramica e ha frequentato corsi di scultura, incisione per stampa antica e disegno dal vero. Dipinge dal 1970 con varie tecniche espressive. Ha partecipato con successo a parecchi concorsi; le sue opere sono esposte in molteplici collezioni pubbliche e private. Sono da ricordare le sue numerose presenze alle rassegne d’arte televisive dal 1996. L’opzione per un tema così difficile e controverso qual è la donna oggi, nella società, nella famiglia e nel mondo dello spettacolo è  un difficile traguardo per la galleria e per l’impatto con il pubblico, il quale ha sin dall’inizio espresso plurimi e controversi giudizi. Nella mostra sono presenti tavole polimateriche, vernici su carta, collage, ritratti, autoritratti e revival di soluzioni artistiche canonizzate dalla storia dell’arte e riproposte con l’ ottica dell’artista vicentino.
Si possono intravedere contatti con le immagini di Roy Lichtenstein e Warhol, soprattutto nei corollari visivi che stanno a corredo della immagine focalizzata e forte della donna protagonista in primo piano, che in molti casi rafforza la sua femminilità con i colori forti del rosso. Le figure di donna sono proiezioni di fantasie e di sentimenti del vissuto dell’artista. E sullo sfondo, dietro, a fianco, sopra e sotto, ovunque, appaiono le “icone”. La produzione di Lanaro si completa con queste, che rappresentano i totem, le coercizioni: i segni presenti della morale. Le icone dallo sfondo sono le sacre immagini dei precetti di vita. L’olio, la vernice, a volte su fondi di collage, marcati da segni graffiti, che incidono i contorni per meglio evidenziare l’oggetto-soggetto, sono tecniche che esaltano contenuti a volte desueti. L’acceso cromatismo che sfuma nelle modulazioni soffuse e l’abilità tecnica nel mescolare le tinte per contrapporre calde e fredde tonalità, sono le chiavi che aprono le porte ad opere di grande, intima, poesia interiore. La personale rimarrà aperta fino al 12 giugno prossimo, tutti i giorni feriali dalle 16,30 alle 19,30.

Tratto dalla la Settimana di Adria- Rovigo di Vincenzo Baratella

L’idea di donna negli oli di Lino Lanaro

ROVIGO OSPITA L’OPERA DELL’ARTISTA VENETO

“Lino Lanaro usa il corpo per continue ricerche sulla figura femminile, interpretata attraverso la solitudine e l’enigma”. Così la critica inquadra una singolare personale allestita nello “Studio Arte Mosè” di Rovigo, aperta tutti i giorni feriali, dalle 16,30 alle 19,30 fino al 12 giugno prossimo. Della smisurata e multiforme produzione dell’artista vicentino è stato presentato un filone omogeneo per tematica e per evoluzione temporale-tecnica: la donna. Lino Lanaro, che attualmente vive e lavora a Zanè in provincia di Vicenza, ha frequentato la scuola d’arte diplomandosi incisore orafo. A Nove ha partecipato a corsi di ceramica e di scultura, di incisione per stampa antica e di disegno dal vero. Dipinge dal 1970 con varie tecniche espressive. Ha partecipato con successo a parecchi concorsi; le sue opere sono esposte in molteplici collezioni pubbliche e private. Sono da ricordare le sue numerose presenze alle rassegne d’arte televisive dal 1996. La scelta per un tema così difficile e controverso qual è la donna oggi, nella società, nella famiglia e nel mondo dello spettacolo è stato un difficile traguardo per la galleria e per l’impatto con il pubblico, il quale ha sin dall’inizio espresso plurimi e controversi giudizi. Nella mostra sono presenti tavole polimateriche, che non si privano di collage, di strappi d’immagine da evocare Rotella, e di pittogrammi a coronamento dell’opera che richiamano Licata. Si possono evocare le eroine di Roy Lichtenstein e le Marilin di Warhol. Sono dei corollari visivi che stanno a corredo della donna protagonista in primo piano, la quale rafforza la sua femminilità con i colori forti del rosso. L’inconfondibile personalità artistica è individuabile comunque in tutta la produzione di Lanaro con toni caldi di sensualità e di provocazione. In effetti la donna, soggetto raffigurato, e oggetto del desiderio, è datrice di sentimento. Le sottovesti rosse, gli sguardi attenti, maliziosi, a volte severi, il trucco accentuato sono clichet della femmina passionale dell’immaginario collettivo maschile. Le figure di donna sono anche proiezioni di fantasie e di sentimenti del vissuto dell’artista. E sullo sfondo, dietro, a fianco, sopra e sotto, ovunque, appaiono le “icone”. La produzione di Lanaro si completa con queste, che rappresentano i totem, le coercizioni: i segni presenti della morale. Le “icone” sono i subliminali controllori, che frenano irrazionali, comprensibili, spinte emotive. E’ il super-io costantemente vigile. Le icone dallo sfondo sono le sacre immagini dei precetti di vita. Sono soggetti agendi: i “penati”, i “lari”, protagonisti protettori dell’esistere. Lanaro fa capire che “l’icona” è la ricompattazione delle sintesi degli elementi sottratte all’uomo e alla sua umanità. 

 

Tratto da Appunti settimanale del Polesine Giovedi 5 Giugno 2008 di Vincenzo Baratella

Le donne di Lino Lanaro

Periodicamente allo Studio Artè Mosè, che ricorda il nome
Di un grande pittore rodigino dimenticato dalla città, si danno appuntamento giovani e affermati artisti veneti, che
Riportano ai tempi in cui l’Accademiadei concordi, grazie
Al fiutodi Antonio Romagnolo, ospitava piccole mostre, ma di artisti che avrebbero scritto la storia dell’arte del 900, da Afro a Cagli Dorazio a Santomaso a Pozzati.
Non è facile interpretareil propiotempo. Ci stanno provando Vincenzo Barbatella ed Emanuela Prudenziato . E’ ora la Volta della splendida personale dedicata a Lino Lanaro , 49 anni, artista vicentino che ha fatto della pittura la sua vita.
In quanti modi si può dire donna? Quella di Lino Lanaro, con le sue donne che si rincorrono sulle pareti della galleria Mosè , sembra un’ossessione . Donne dall’espressione intensa e triste, dal fascino segreto, di un erotismo contenuto e raffinato, mai volgare, fatto di sguardi maliziosi
Di piccoli gesti, di labbra carnose o di sottovesti di seta, di
Cromatismi ora accesi ora pacati, di rossi, di rosa e lilla, diblu e di gialli. Sono donne belle rappresentate in posizioni sempre diverse nella spasmodica ricerca di cogliere il mistero.
E le paure e i sogni dell’inconscio sono le icone degli sfondi
Per vincere l’angoscia di uno spazio vuoto e la solitudine dell’anima
Icone fatte a volte di piccoli collages velati dal colore, reminescenza poetica dei combines di Rauschemberg, l’artista americano da poco scomparso. Donne in cui si nasconde a volte la madre, una signora dolce e minuta che parla volentieri di questo figlio preso dal demone della  pittura, che vive con lei a Zanè ai piedi dell’altopiano di Asiago. Una scelta di Vincenzo Barbatella questa mostra alla donna poiché Lanaro è autore anche di paesaggi e nature morte, è padrone di ogni tecnica, passando dall’olio alla china all’incisione alla ceramica.
Figlio d’arte – il padre era pittore e scultore – dipinge su tutto quello che ha la ventura di trovarsi nel suo studio, dalle tele alle sedie alle porte. Giorno e notte, senza indossare un camice, perchè l’ispirazione non può attendere.
Schivo, non ama le inaugurazioni; pensiero divergente, come un vero artista, ai suoi quadri non mette titoli, poiché ripetono il concetto già espresso dal soggetto e firma da destra a sinistra.
Già dalla scuola elementare aveva rivelato il suo talento consigliato gli studi artistici. Così era diventato incisore orafo e per stampa antica, disegnatore e scultore a Vicenza, ceramista a Nove. Vennero poi i viaggi e le mostre nei paesi europei e asiatici e le presenze alle rassegne d’arte televisive.

Di Graziella Andreotti Tratto da Il Gazzettino 11.06.08   

 

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